31.5.04

Il cacciucco (e martello) in A

Ho sempre pensato che la politica (intesa come destra e sinistra) dovesse rimanere fuori dagli stadi. Però, onestamente, preferisco assistere alla promozione del Livorno piuttosto che a quella dell'Hellas Verona.

P.s.: post dedicato all'unico non-tifoso del Livorno, al momento a caccia della maglietta numero 99 di Lucarelli. Mah.

Graditi ritorni

Per scaramanzia non bisognerebbe dirlo. Ma come si può trattenere la felicità?

28.5.04

Bravo o vincente?

Già me li immagino i titoli dei giornali di domani: "Capello ha scelto la Juve per tornare a vincere". O viceversa. Beh, effettivamente i numeri sono dalla parte dell'uomo di Pieris: sei scudetti in dieci anni, tre finali di Champions League (una vinta), due finali di Coppa Intercontinentale (nessuna vinta) e una serie di supercoppe. Quello che si dice insomma un allenatore vincente. Ma anche bravo? Sì perché a volte le due cose, vincente e bravo, non vanno a braccetto.

Il grande interrogativo infatti è: un altro allenatore con a disposizione quelle squadre avrebbe vinto tanto? Io una risposta ce l'ho, ma vediamo di analizzare una per una le tre grandi esperienze professionali di Don Fabio, da mister s'intende.

Milan
Quando arrivò, la storia racconta che decise di adottare una difesa a tre con Baresi libero, Tassotti e Costacurta marcatori e Maldini spostato a centrocampo. La squadra gli fece però subito notare che forse non era il caso e tornò sulle sue decisioni. Una fortuna: ripassando al modulo-Sacchi vinse tutto quello che vinse. Mi permetto solo di sottolineare, che in quegli anni, il Milan aveva semplicemente i giocatori più forti (arrivati prima dell'avvento di Capello) e i principali avversari erano l'Inter di Ruben Sosa e Fontolan, il Parma di Melli e Osio o la Juve della seconda era Trapattoni. La sua prima vera campagna acquisti portò Andersson, Bogarde, Ziege, Ba, Reiziger, Kluivert, Smoje, Cardone, Cruz, Maini (fenomeni? non credo) e poi bocciò Davids.

Real Madrid
Capello va ancora fiero di aver allenato un giocatore del calibro di Raul. Ma si ricorda dove lo faceva giocare? Raul era l'esterno sinistro di un centrocampo a quattro: davanti giocavano Suker e Mihajtovic. Nonostante questo vinse il campionato (complimenti) ma era ancora il tempo in cui lo scudetto se lo giocavano solo Real e Barça. Forse la sua esperienza migliore, anche perché il Barcellona aveva ancora gente come Figo e Ronaldo.

Roma
Ha il merito di essere l'allenatore del terzo scudetto (18 anni dopo il secondo). Ma il primo anno, rispetto alla stagione precedente (c'era Zeman), ebbe a disposizione in più Montella (voluto dal boemo), C. Zanetti, Nakata, Assunçao (voluto da lui per sostituire Di Biagio) e Gurenko ("un vero talento", disse) e arrivò quinto anziché quarto come fece Zeman. L'anno dopo, come detto, vinse lo scudetto ma con Batistuta, Emerson e Samuel (accordatosi con la Roma già ai tempi di Zdenek). Seguono tre stagioni in cui rispettivamente perde lo scudetto pareggiando o perdendo con le ultime 4-5 squadre del campionato, arriva ottavo e secondo dietro il Milan dei record.

Conclusioni
Dopo quest'analisi (di parte: se non si è capito, Capello non mi è mai piaciuto più di tanto) penso di poter dire che molti altri allenatori (De Biasi in testa: è quello che tra gli italiani al momento mi intriga maggiormente) avrebbero vinto altrettanto, se non di più, con quei giocatori a disposizione. E poi non mi sembra una carriera così piena di eccellenti scelte tattiche e tecniche. Ecco perchè ritengo che Capello non sia un bravo mister. Vincente sì, ma bravo proprio no.

27.5.04

Lessico e nuvole

Non so voi, ma trovo (a dir poco) insopportabile l'espressione "azzurrini".

Dilemmi

Chi ha fatto la scelta più giusta: Ronaldo, andando al Real Madrid per vincere tutto, o Alenitchev, fuggendo al Porto da un campionato che non l'ha mai apprezzato?

25.5.04

Audience league

Come si fa a calcolare, in tutto il mondo, quanta gente sarà domani sera davanti la tv a vedere la finale di Champions League, tra Porto e Monaco? Ma davvero saranno duecento milioni? Io non credo.

Il portiere - 5° atto

I grandi portieri italiani furono pochi, e moltissimi i buoni portieri. Negli Anni Venti portò la maglia azzurra il genoano De Prà, che apparteneva alla schiatta degli eroi, e incantò per le sue uscite temerarie. Non era più alto di 1,73 ma aveva braccia lunghe da primate, sicché - piccoletto - riusciva egualmente a sfiorare la traversa in punta di piedi. Uscendo impavido su avversari lanciati al gol, subì un paio di trapanazioni al cranio e molte fratture. Lo ricordiamo ammirati del suo coraggio, non molto della sua tecnica, precipuamente istintiva.

A De Pra successe Combi, che aveva le spalle incacchiate e doveva essere di quei borghesi che i compagni di scuola mettevano in porta per manifesta insufficienza atletica. L'orgoglio fisico fece di lui un campione della regolarità e del metodo. Non era capace di parate miracolose: in compenso, parava tutti i tiri parabili, e questo bastò a dargli quattro scudetti e un campionato del mondo.

Combi esordì in azzurro alle Olimpiadi di Amsterdam e commise due grosse papere nella semifinale contro l'Uruguay, che vinse per 3-2. Tuttavia, non venne giubilato. Davanti a lui giocavano Rosetta e Caligaris, due grossi terzini: raramente accadeva che un avversario potesse tirare a colpo sicuro. Combi fu onestissimo atleta e il C.T. Vittorio Pozzo ricorse a lui, già ritirato dall'attività agonistica, quando Arcari II incrinò un avambraccio a Ceresoli in allenamento per i mondiali 1934.

Ceresoli era un autentico asso, di stile molto più appariscente che non avesse Combi. Arcari II aveva un destro omicida e Ceresoli ne scontò la potenza con il coraggio che lo distingueva. Pozzo aveva messo fuori Combi, Rosetta e Caligaris dopo una clamorosa magra sofferta a Torino con l'Austria di Meisl. Quell'estromissione era giusta ma crudele, e Combi avrebbe potuto volergliene: come era persona seria e leale, accettò di tornare all'agonismo, si preparò con gli altri e difese la porta italiana subendo tre soli gol in tutto il torneo. Conquistato il titolo mondiale, Combi si considerò soddisfatto di sé e della propria carriera, alla quale diede un compostissimo addio.

Nel giudicare Combi, si dice che era di stile sobrio se non addirittura povero. Ma la classe non è solo fatta di stile, e indubbiamente Combi dovette meritarsi la fiducia dei compagni e dei tecnici, se per tanti anni militò nella grande Juventus e nella nazionale campione del mondo. Ebbe innegabilmente fortuna, per esser protetto da difensori di classe molto fina; tuttavia la fortuna, in agonismo assai più che nella vita d'ogni giorno, non usa premiare chi non merita.

A Combi subentrò in nazionale Ceresoli dell'Inter. Ebbe anni splendidi ma si incrinò un avambraccio - come ho detto - nell'imminenza dei mondiali. Tornò in nazionale disputandovi una memorabile partita a Highbury, contro l'Inghilterra. Poi passò al Bologna, che subentrò alla Juventus nel libro d'oro del campionato, e decadde vistosamente. In nazionale entrò allora Olivieri, che vinse i mondiali 1938 e durò fino alla guerra. Olivieri è stato, a mio parere, il più grande portiere italiano. Volava molto, però a ragion veduta, usciva sempre con ammirevole coraggio, e subì a sua volta due trapanazioni del cranio. Evitò sconfitte apparentemente già scontate: fu a suo modo un match-winner, che è fenomeno raro fra i portieri. Il solo che avrebbe potuto superarlo era Moro, veneto come lui. Moro venne al grande calcio quando era tramontato il modulo a W, o metodo che contemplava due terzini d'area. Nel modulo inglese a WM l'area veniva sfoltita di difensori e i compiti del portiere si facevano più ardui. Moro ebbe egualmente modo di compiere miracoli ma le sue prestazioni non potevano sottrarsi al carattere avventuroso del calcio all'inglese. Alternò favolose prodezze a errori così madornali da sembrare voluti. In questo sgradevole sospetto lasciò molti che pure l'ammiravano. Finì malamente, giusta la spensierata leggerezza con cui affrontò e assolse il proprio lavoro di atleta. Prima di Moro pervenne alla nazionale Bacigalupo, studente di Medicina. Giocava nel grande Torino che poi sarebbe perito a Superga. La sua classe era grande ma non ebbe modo di rifulgere come avrebbe potuto dietro a una difesa a W o a catenaccio. L'ultima partita memorabile venne da lui perduta con gli inglesi a Torino nel 1948. Lo sorprese un tiro-cross di Mortensen dalla destra: la palla, colpita di collo esterno, era visibilmente viziata da effetto destrorso: Bacigalupo le oppose il pugno: la palla colpì il dorso della sua mano e schizzò in rete.

A Bacigalupo, nell'immediato dopoguerra, Pozzo aveva preferito Sentimenti IV della Juventus. Lo mise fuori quando si accorse che certi tiri da lontano lo battevano inspiegabilmente. Come denunciarne difetti di vista sarebbe stato crudele nei confronti suoi e della Juventus, seguitò a giocare per anni e si segnalò quale miglior portiere da campionato. Aveva notevole agilità e ottima presa. Nelle uscite soleva zompare a piede teso prima di intervenire con le mani, slittando per inerzia e opponendo il fianco all'avversario dopo averlo così fallosamente minacciato in tackle. Sentimenti giocava bene anche all'ala destra e soleva battere i rigori per la squadra. La cosa era abbastanza curiosa e certo divertiva molto la gente veder partire dalla propria porta l'incaricato a battere il rigore in quella avversaria. Giungeva di corsa alla battuta e quasi sempre segnava: ma poteva anche succedere che non segnasse, e allora erano guai. La sua porta era incustodita: una lunga rimessa consentiva agli avversari di entrarvi con tutto l'agio desiderabile...

Momenti notevoli, nell'evoluzione del calcio italiano, ebbero Casari, Bugatti, Lovati, Negri e Mattrel, ma dopo Ghezzi ebbe supremazia il veneto Buffon, alto di statura e tuttavia brevilineo, cioè corto di gambe rispetto al tronco. Questa caratteristica gli consentiva di sbrigarsela bene anche in alto ma di giungere velocemente a terra nei tuffi laterali e bassi. Buffon era dotato di solida presa ed ebbe ottime annate nel Milan prima di scambiarsi il posto con Ghezzi e passare alI'Inter. Purtroppo non era atleta naturale e le fatiche sofferte in allenamento ne hanno molto abbreviato la carriera.

Gianni Brera (5-continua). Puntate precedenti: 1, 2, 3 e 4

24.5.04

Numeri Uno

Ieri ho visto al cinema il film del regista brasiliano Walter Salles "I diari della motocicletta", pellicola sul primo viaggio per tutto il Sudamerica del laureando in medicina Ernesto Guevara e del suo amico (ancora vivente) Alberto Granado. Film buono anche se non strepitoso. In una scena si intuisce la passione del "Che" per il calcio e per il suo ruolo preferito, quello di portiere. Visto che tra i pali, al di là delle ultime trovate per vendere qualche maglia in più, si indossa sempre il numero 1, la sua passione, nata prima di diventare un rivoluzionario, era da interpretare come un segno del destino.

Sport?

Per rinfrescare la memoria.

21.5.04

Tributo

Guardando ieri la partita tra Francia e Brasile per la festa dei 100 anni della Fifa ho pensato che un giorno, se avrò dei figli, potrò dire loro (un po' alla Blade Runner) di aver visto cose che loro non possono neanche immaginare. Quelle cose sono le giocate di Zidane, senza dubbio (dopo Maradona) il giocatore più forte degli ultimi 30 anni.

Ps-proposta: si potrebbe dare il Pallone d'oro a Zidane tutti gli anni, fin quando non smette di giocare. I vari Ronaldo, Ronaldinho, Kakà, Shevchenko, Totti, Henry e Nedved sono grandi giocatori. Ma certamente di un livello inferiore.